Gli americani ci fregano con la lingua… e non solo

Gli americani ci fregano con la lingua… e non solo

 Se io dico “Io e Joh facemmo una tirata da Omaha a Tucson con vecchia Pontiac del ’54 del Babbo di Joh” è una cosa. Ma se dico “Io e Giovanni facemmo una tirata, da Piumazza a Sant’Anna Teramo con la vecchia ‘500 del Babbo di Giovanni” non è la stessa cosa! Gli americani ci fregano con la lingua! Lo faceva notare Guccini nei lontani anni ’70.

Che effetto fanno nomi come Aldo Moscatelli, Larry Lisca, Flavio Pagani, Lucilla Galanti, Valeria ZanGrandi o Gian Andrea Rolla? Se i Sognatori avessero puntato su nomi anglosassoni sarebbe stato lo stesso? Proviamo a confrontarli con Gerald Fly Tells, Larry Bone, Heavy Pagans, Lucille Gallant, Valery Tusk Big o John Andrew Roll. Già siamo proiettati in un dimensione più accattivante: bastano questi nomi e già ci facciamo inebriare da un Bloody Mary annaffiato da un bluse o un rock che si tuffa in un whisky! E che dire di  un paragone tra Silvia Obici, Alessandro Pedrazzi, Alex Visani, Sergio Oricci, Filippo Bernardeschi o Guendalina Casasole  con Silvie Howitzer, Alex Peter Rocket, Al Vi Boucing, Sergious O’Curly o Phillip Bernard Desk o Gwendoline Home Sun?

Nomina sunt consequientia rerum! Provate a comparare il protagonista che scende da una Harley Davidson e ordina un Bloody Mary con uno che smonta da una moto Guzzi e chiede un succo al pomodoro alcolico. Susciterebbe le stesse sensazioni? Comunque, a fregare editori e scrittori italofoni in erba, adesso si sono pure messi altri anglosassoni, come gli svedesi. Non bastava l’Ikea: si è pure aggiunto Stieg Larson! Me lo ha regalato lo scorso Natale mia suocera. Provate da immaginare i ricchi “Uomini che odiano le donne” tra un’osteria di Fiorenzuola d’Arda, un centro commerciale frequentato da una casalinga di Voghera ed un grotto di Morbio Inferiore… Fa lo stesso effetto?

 Fla Paganson

Dubbi di primavera

In primavera fioriscono un sacco di cose. Le margherite, per esempio. Ma anche i tavolini fuori dai bar, i colori pastello e le scollature. E a me sono fioriti anche un paio di dubbi, e dato che sono dubbi che c’entrano con il leggere e lo scrivere, ho pensato bene di non tenerli per me ma di condividerli qui.

Primo dubbio di primavera. Qualche settimana fa ero in libreria, in una di quelle serie, dove se chiedi un consiglio o un’informazione trovi sempre qualcuno in grado di risponderti (e non di risponderti a caso, ma con competenza). Solo che a volte queste bestie rare che sono i librai competenti non sono apprezzate dalla fauna che popola la libreria, come appunto ho potuto notare qualche settimana fa, quando una signora ha chiesto consigli di lettura (cercava un romanzo “nuovo”, la signora”, qualcosa che “è appena uscito”) e il libraio fa appena in tempo a nominare un paio di autori nostrani che la signora prontissima lo interrompe con un categorico “Ah no, eh! Io non leggo niente che sia scritto da un italiano”. Ecco. Da qui nasce il mio dubbio numero uno, che proprio non mi fa dormire: cosa succede a chi legge autori italiani senza prendere precauzioni? Cosa mi può succedere se affronto un Calvino, un De Luca e un Tabucchi, uno via l’altro? E se ci metto anche una Merini (che è pure più pericolosa perché le poesie sono animali strani), così, tanto per sfidare il pericolo? Temo serie ricadute. Per lo meno uno sfogo allergico. Intanto, per sicurezza, sto leggendo Saramago. Non si sa mai.

Gli altri due dubbi invece non sono fioriti da conversazioni origliate, ma da conversazioni avute, per la precisione entrambi sono sbocciati quando, parlando del più e del meno con gente abbastanza sconosciuta, saltava fuori che mi era capitato di scrivere e io potevo così assistere a due tipi di reazioni.

Reazione numero uno, che mi ha inseminato il dubbio numero due (lo so, sarebbe stato meglio che la reazione uno avesse inseminato il dubbio uno, ma in questa primavera di certezze mancate vi dovete accontentare di elenchi sbilenchi): “Complimenti, che brava. A me piacerebbe tanto leggere, ma proprio non ho tempo”. Che forse significa solamente “non ci provare a rifilarmi i tuoi libricini”, e in quel caso mi starebbe anche bene, ma quello che mi fa pensare è che forse davvero non hanno tempo per leggere, però hanno tempo di guardare la partita, il reality dell’ultimo minuto, i propri pollici girare con un’abilità da circense d’occasione e i bruchi trasformarsi in farfalle (quest’ultima attività non sono certa che sia proprio diffusa, ma volevo restare in tema primaverile). E se il tempo per leggere proprio non si trova ho pensato che forse è perché leggere è un’attività complicatissima, faticosissima, lunghissima, pesantissima e tante altre cose “issime”, per cui dovremmo pensare a un premio per chi affronta un così grande sforzo, specialmente quando fa caldo e tutto diventa più faticoso. Ancora non ho pensato a quale potrebbe essere il premio, ma ci sto lavorando.

La reazione numero due invece è forse più drammatica (anzi, per me è decisamente più drammatica). È una reazione che ho constatato già qualche volta e che ammetto mi irrita non poco. Alla notizia che scribacchio la persona di turno mi guarda come se fossi un cagnolino grazioso, sorride e, inclinando la testa, mi chiede: “E scrivi romanzi d’amore?”. Ora, qualcuno mi spieghi perché devo per forza scrivere romanzi d’amore. Forse perché sono femmina e quasi trentenne, più probabilmente perché sono femmina e basta, e le femmine scrivono necessariamente romanzi d’amore. Ma magari hanno ragione loro. Non lo so, è il terzo dubbio. Magari inizierò a vestirmi come una signorina di inizio secolo, mi farò crescere i capelli – che terrò rigorosamente raccolti in una lunga treccia – e scriverò soltanto storie struggenti di amori contrastati. Sospirando, ovviamente. Sospirando…

Valeria

 

 

Nevica

In un istante di perfezione che dura una vita.”

(Lucilla Galanti – Altrove da me)

 


È tempo di neve. Scendo dall’aereo e subito la sento: c’era, c’è stata, forse cadrà di nuovo.

Sembra impossibile che le cose possano andare male (a male?) in un posto dove c’è un’aria così pulita, così fresca, e un cielo così ampio.

Vado scoprendo come mi è cambiato l’occhio in cinque mesi e scopro che il paesaggio mi è nuovo – perché io sono diverso – ma immutato nella sostanza. La stessa dolcezza delle colline, la stessa semplicità della gente, delle case, e tutto ciò che intesse riveste e colma i luoghi dove sono nato e cresciuto.

Sostanza. È una parola importante.

Ci sono immerso anch’io, in questa sostanza, ne faccio parte. La terra sarà sempre casa mia, non c’è nulla da fare.

Ricompongo le coordinate, poco a poco mi ambiento. Riscopro una dimensione dell’esistenza che non sperimentavo da tanto. Incontro la mia gente, faccio quelle cose che si fanno quando si torna, finché un mattino – sono le quattro e cinquanta – non mi ritrovo sul divano, a guardare oltre la vetrata.

Nevica.

C’è un silenzio che non ricordavo. L’odore del camino, la consistenza del cuscino… la neve.

La neve si rimescola nella luce del lampione, disegna gorghi nel vento, si rivolge in se stessa. Fra le mani ho un libro voluminoso – Racconti fantastici del Novecento – e a questo punto l’ho aperto ma so che non lo leggerò. Guardo la neve, e penso a molte cose. O meglio le sento. (Io ritengo che le parole, come i racconti, nascano più dal sentire che dal pensare: ci sforziamo di concettualizzare ma questo viene dopo: più che altro è una faccenda di stomaco.)

Così io ora sento la neve, la neve che cade in silenzio, veloce, turbolenta, delicata. Penso che cade su un paese a pezzi, sfiancato. E penso che c’è un camion, da qualche parte, che trasporta – o sta per trasportare – i miei, di racconti.

Penso che molti di essi, forse tutti, sono nati dalla neve (c’è n’è di neve, in quel mio librino) e che per raggiungermi dovranno attraversarne altra, di neve. È un libro invernale, senza dubbio. Verrà battezzato a primavera, ma anche a primavera nevica. A volte piove, che può essere anche peggio.

Come mi sento all’idea che sia già stampato, che esista, che verrà letto? Non so. Adesso mi pare fosse inevitabile. È la neve a suggerirmelo, perché questa è l’atmosfera da cui sono partito e questo è il luogo in cui vorrei portare un eventuale lettore.

I paesaggi sono stati mentali.

Questo è quasi perfetto, perché è uno di quei momenti in cui ti dimentichi l’orologio. Mentre tutti dormono, sapendo che in giro le cose continuano ad andare a male, osservi la neve cadere e convieni che è bella. Ci saranno dei morti ma questo non cambia l’evidenza. Non cambia la sostanza. C’è della bellezza anche nel lento appassire delle cose. C’è una bellezza nella nostalgia, e a volte addirittura nella tragedia. C’è della bellezza nel disfacimento delle cose. Io ci sono passato attraverso, come altri, e ho preso nota, scoprendo che certi sentieri spinosi conducono a una forma di felicità. Qualcuno ha detto che le parole sono impronte. Non ricordo chi. Ricordo però come si apre un sentiero nella neve vergine:

Un uomo marcia in testa, sudando e bestemmiando, muovendo a stento i piedi, continuando a sprofondare nella neve molle, alta. Va vanti, sempre più lontano, lasciando sul suo cammino buche nere e irregolari[...]. Una fila di cinque o sei uomini, spalla a spalla, marcia lungo la sottile e incerta pista appena tracciata. Posano i piedi accanto al solco, non dentro […] tra quelli che seguono le sue tracce, tutti, anche il più piccolo o il più debole, devono camminare su un angoletto di neve vergine e non sulle orme altrui. Quanto ai trattori e ai cavalli, su quelli non vanno gli scrittori, ma i lettori.*

Pensavo fosse un sentiero modesto, il mio. Aldo dice che è un capolavoro. In ogni caso, spero passi qualcuno di là.

E che apprezzi il paesaggio.

F.B.

La Rotta, martedì 14 febbraio 2012

Londra, venerdì 21 febbraio 2012

* Varlam Salamov, I racconti della Kolyma

EVVIVA sono diventata presbite

Da qualche anno ho difficoltà a vedere da vicino ma, se mi sforzo, la messa a fuoco arriva, prima o poi. Occorre solo un attimo di pazienza. Un anno fa l’oculista mi negò l’uso degli occhiali perché la gradazione era ancora molto bassa, ma all’ultima visita di controllo… un grado e mezzo per occhio! Adesso ho accesso anch’io agli espositori degli occhiali, quelli che si trovano tra il reparto cancelleria e i detersivi. Posso comprarli colorati, minimali, con gli strass, rigati, a pois; a poco prezzo, perché il difetto è simmetrico e quelli preconfezionati vanno benissimo, e quindi posso prenderne più paia e coordinarli coi vestiti, che poi porto sempre le stesse cose ma vuoi mettere la sensazione onnipotente della potenzialità. Per non parlare delle catenelle da abbinare: cuoio, caucciù, perline, nastri, macramè. Certo, questo significa anche che il processo di invecchiamento procede inesorabile ma tanto non ci posso fare niente e quindi è preferibile arrendersi e riscuotere i vantaggi della nuova situazione. Eh sì, perché fra poco, quando avrò la casa invasa da montature multiformi, potrò finalmente esercitarmi nell’arte dell’inforcamento e dello sfilamento: a due mani, a mano singola, col mignolo alzato, presa laterale meglio detta “a stanghetta” con torsione e avvitamento del capo, presa frontale con pronazione del mento; potrò affinare la tecnica, combinandola con la gestione dello sguardo e con la somministrazione di pause e strizzatine di occhi a “zampe di gallina in evidenza”, interruzioni utili quando non si sa che dire o ci si vuole dare un tono, aumentare la suspense. Ecco: quando manovrerò gli occhiali come manovra il revolver un pistolero del Far West, quando avrò raggiunto la destrezza e la coordinazione di un tiratore di scherma, novello moschettiere ardimentoso, allora sarò più vicina a incarnare il mio ideale: il prototipo dello scrittore.

Per me: uno scrittore è un intellettuale; uno scrittore ha un’opinione su qualunque argomento; uno scrittore sa tutto, dai temi di attualità ai più remoti fatti storici e nomi geografici, in virtù di tale onniscienza completa sempre le parole crociate; quando cerca ispirazione parte per un viaggio, si trasferisce a New York, per esempio, o intraprende un safari nell’Africa Nera. Scrive di notte, legge dieci libri in contemporanea e non dimentica mai un nome, una data. Le parole sgorgano dalla sua bocca come lacrime inarrestabili, in equilibrio perfetto tra emotività e razionalità, con distacco ma fraterna partecipazione. Gli scrittori scrivono le dediche sui libri senza sbagliare mai.

Tralasciando l’ostacolo insormontabile del fatto che nel mio vissuto uno scrittore deve essere necessariamente maschio (più che tagliare i capelli a spazzola, non posso fare), sorvolando sull’evidenza che la differenza di sesso comporta sicuramente sensibilità diverse, trascurando la mia abissale ignoranza e la mia incapacità a gestire la sfera emozionale, direi di essere a buon punto.

Mentre lui siede alla scrivania di legno massello, in perfetto silenzio, con le palpebre leggermente serrate per la concentrazione (può anche fumare, anche se non approvo, ma il fumo negli occhi aiuta l’espressione e la posa), io penso a me che invento le storie abbracciata al lavabo incrostato di calcare o in ginocchio a pulire le fughe delle mattonelle, che guadagno uno straccio di privacy tra strilli e richieste pressanti, che mi ingarbuglio persino quando rispondo al telefono, e mi viene da piangere. Ma ora le cose stanno per cambiare perché, a prescindere da tutto il resto, il vero scrittore porta gli occhiali e li porta magistralmente e a breve anch’io. Anch’io, noncurante, farò il gesto di allungare le braccia per cercare di leggere le scritte in piccolo, caverò gli occhialini fucsia dal taschino dell’omonimo blazer avvitato, aprirò le stanghette con un gesto a frusta della mano destra, inforcherò la montatura con evidente perizia e leggerò gli ingredienti in etichetta snocciolando i componenti chimici con la stessa competente familiarità che ho per i nomi dei sette nani. Chissà se, a quel punto, qualcuno che stia facendo la spesa nella stessa corsia non mi veda e sussurri al suo vicino: “Guarda quella: sicuramente è uno scrittore”.

Silvia Obici

I prossimi Versacci…

Ciao a tutti.

Sono Guendalina (Casasole: è il cognome), e sono nuova: dei Sognatori, e  del blog.

A breve uscirà una raccolta di miei ‘Versacci’ (questo, invece, è il titolo della silloge): verrà presentata a Recanati, il 31 di maggio. Ovviamente, chiunque si trovasse a passare da queste parti (c’è anche un altro, a duecento metri, che ha scritto cose carine: la primavera è un bel momento per conoscere il nostro natio borgo selvaggio) è invitato.

Si tratta di cose strappate alla quotidianità – spesso, spunti segnati tra le note del cellulare: senza alcuna pretesa di genialità ma forse, proprio per questo, cose un po’ di tutti…

Ora vi lascio un saluto, e vado a farmi un giro nel blog.

Buona giornata! Gue

2011

Il 2011 è finito da un paio di settimane, ma ci sono alcune cose che vale la pena portare anche nel 2012. Tra le altre, ho deciso di dedicare un po’ di spazio sul blog della strana famiglia ad alcuni film e romanzi che hanno segnato gli ultimi dodici mesi, almeno i miei. Inizialmente avevo pensato di inserire anche tre canzoni, ma mi sono reso conto che la mia conoscenza della musica attuale è davvero troppo limitata.

I film e i romanzi che segnalerò non sono necessariamente i migliori dell’anno, né in senso assoluto né per i miei gusti. Sono quelli che voglio trascinare con me nel nuovo anno, ancora per un po’ di tempo, prima che finiscano insieme a tutti gli altri e che diventino difficili da ritrovare e da ricordare.

Film

Sul terzo gradino del mio personale podio per quanto riguarda i film arrivati nelle sale italiane durante il 2011, metto Source code di Duncan Jones. Dopo l’ottimo Moon, il regista britannico si ripete con un’opera che regala agli spettatori un altro frammento del suo originale modo di approcciarsi alla fantascienza. Voto: 7

Al secondo posto The ward, di un certo John Carpenter. Un horror psichiatrico più che psicologico, e non solo per l’ambientazione ospedaliera. Magari non sarà il miglior film di Carpenter – non lo è – ma la mano del regista si sente comunque, e la storia è raccontata molto bene. Voto: 7

Il film del 2011 è quello che più di tutti mi ha sorpreso. Non mi ero mai interessato al cinema di Pedro Almodovar, probabilmente sbagliando, ed ero molto scettico quando sono entrato in sala per vedere La pelle che abito. Lo scetticismo è addirittura aumentato durante le prime battute del film, per poi trasformarsi minuto dopo minuto in dubbio, curiosità, e infine divertimento e meraviglia. All’uscita ero convinto, e lo sono tutt’ora, di aver visto uno dei film migliori degli ultimi anni. Strano, grottesco, bello. Voto: 8

Romanzi

Al terzo posto metto 22/11/’63 di Stephen King. L’uscita di un romanzo di Stephen King per me è sempre un evento. Il giorno in cui è arrivata sugli scaffali l’ultima fatica dell’autore del Maine sono uscito di casa, sono corso a comprare il libro e una confezione da sei di birra, e ho iniziato a leggere. Quando ho distolto lo sguardo dalle pagine mi sono accorto che di birre me ne erano rimaste tre e che delle 750 pagine circa del romanzo ne restavano da leggere più o meno cinquecento. E anche la luce che prima entrava dalla finestra era scomparsa, per lasciare spazio al nero della notte. Insomma, l’effetto King si era palesato ancora una volta. Poi però, nei giorni successivi, mi sono scontrato con un filler lungo quasi trecento pagine, con momenti di noia e altri di delusione, e ho finito per rimpiangere quelle prime duecentocinquanta pagine per tutto il resto della lettura. Qualcosa di interessante comunque c’è, qualcosa che ricorda a tratti – brevi – non le sue cose migliori ma alcune di quelle buone, anche molto buone. Voto: 6

Sul secondo gradino del podio piazzo I vermi conquistatori di Brian Keene. È il primo romanzo di Keene tradotto in italiano e distribuito nelle nostre librerie, grazie a Edizioni XII. La vicenda racconta di un mondo alterato da una pioggia incessante e all’apparenza destinata a cadere ininterrottamente fino alla fine. La fine di tutto. In questo scenario apocalittico vivono creature vermiformi dalle dimensioni più svariate, e non solo. Keene popola l’ambiente di personaggi (umani e non umani) e situazioni che tengono viva l’attenzione e appassionano. Un buon romanzo, forse non memorabile ma che senza dubbio merita di essere letto. Voto: 7

Il mio romanzo del 2011 è Il circo dei vampiri di Richard Laymon (Gargoyle books). È strano che il film dell’anno e il libro dell’anno siano di due autori che prima del 2011, per un motivo o per un altro, non avevo mai incrociato. A dire il vero Richard Laymon neanche l’avevo mai sentito nominare. Mi è capitato di leggere la trama del romanzo su un sito, e incuriosito sono andato a comprare Il circo dei vampiri quasi alla cieca. Sono stato spinto da quella sensazione che a volte si prova leggendo il riassunto di poche righe di una storia, quando si ha il forte sospetto che possa essere proprio quel tipo di racconto capace di toccare la propria sensibilità di lettore in modo potente. E così è stato, nel romanzo c’è tutto quello che mi piace trovare quando leggo un libro: personaggi ai quali affezionarsi, una bella storia e improvvisi cambi di marcia che spiazzano, a volte disgustano, altre infastidiscono, altre ancora ti impediscono di staccare gli occhi dalle parole stampate. Il tutto legato da un filo di tensione e di perversione che costringe chi legge a muoversi in punta di piedi, senza avere mai la certezza di ciò che incontrerà nella pagina successiva. Uno di quei libri che dopo averli chiusi ti lasciano un po’ di nostalgia, ma anche un sorriso. Voto: 9

Sergio Oricci

..di ritorno da Boccamare di Sotto..

Ho appena finito di leggere “Gioie e sapori”, il libro di Sergio (Oricci). Prima pensavo che paragonare un libro a qualcosa che sembra zucchero filato e in realtà è un bozzolo (oltretutto abbastanza disgustoso) fosse una scelta a dir poco bizzarra. Ci ho pensato un po’ e mi sono chiesta se non fosse un’abile mossa pubblicitaria o magari il frutto di una mente provata dalle fatiche della prima pubblicazione.

Ma questo era “prima”.

Prima di leggere il libro, intendo. Perché adesso, adesso che il libro l’ho finito – da poco, forse un paio d’ore, scrivo a caldo – ho capito: questo libro è esattamente un bozzolo travestito da zucchero filato. Caramellato e dolce (tanto dolce) fuori, e dentro invece…

Ma andiamo con ordine. So che non si deve raccontare nulla di un libro, e prometto che dirò il meno possibile, ma ci sono un paio di cose che proprio non posso fare a meno di scrivere.

Intanto quel ritrovarsi incastrati in un nome, Boccamare di Sotto, il nome di un paese che il mare lo vede solo da lontano e oltretutto non si sa a cosa stia sotto dato che non c’è un Boccamare di Sopra, e già qui ci si sente abbastanza inquieti, abbandonati in una geografia che non rispetta le regole, forse che rispetta regole che noi non possiamo capire, noi che abbiamo memoria corta e aggrovigliata. Ma non solo: c’è un’atmosfera – dolce, in certi punti, crudele in altri, ma in fondo quasi da favola, e in quest’atmosfera presto arrivano incanti di profumi e sapori, caramelle, torte, pasticcini, cioccolato, creme, e ogni cosa di meravigliosamente buono vi possa venire in mente. Tutto zucchero filato, insomma.

Poi però è successa una cosa. È successo che ho assaggiato lo zucchero filato. Ho affondato i denti in quella soffice nuvola zuccherosa. E ho trovato il bozzolo.

Ecco, il fatto è questo: io me lo aspettavo il bozzolo, ma… un cambio di sguardo, la giostra che accelera e tu non riesci a scendere e ti chiedi com’è che prima era tutto rosa e candito e dolciastro e adesso di dolciastro c’è rimasto il sapore del sangue sulle gengive.

Ah, un’ultima cosa. Io i muffin di Sergio non li mangerei… perché? Ne riparliamo quando tornate da Boccamare di Sotto…

Valeria

Il luna park di Boccamare di Sotto

Gioie e sapori ha raggiunto la sua forma definitiva e ha trovato la sua collocazione tra gli scaffali virtuali del catalogo dei sognatori. Compratelo, perché se non lo farete vi troverete sotto al letto una nidiata di esserini mangia-cervello pronti a entrarvi nelle orecchie durante la notte.

*jingle pubblicitario*

http://www.casadeisognatori.com/gioie_e_sapori.htm

*fine del jingle*

Raccontare questa storia per me è stato un po’ come andare al luna park, e spero sia lo stesso per te che la leggerai. Esci dalla casa degli orrori pensando che fosse più divertente che spaventosa, vai a comprarti lo zucchero filato e quando dai il primo morso ti accorgi che in realtà quello che pensavi fosse zucchero è l’involucro esterno di una crisalide, un bozzolo.

Sembra proprio zucchero filato, vero? L’idea è disgustosa, lo so. Però poi magari scopri che il sapore dell’insetto nel bozzolo non è così male, e allora lo mangi tutto. E ne compri anche un altro. Un altro zucchero filato-insetto, intendo. E anche un altro libro, perché no?

Devo ringraziare Aldo Moscatelli, Francesca Santamaria e chiunque altro abbia lavorato durante questi mesi per fare in modo che Gioie e sapori diventasse quello che è oggi. Senza I sognatori la storia di Boccamare di Sotto e dei suoi abitanti sarebbe rimasta nel bozzolo, forse per sempre.

Chiudo il capitolo dedicato a Gioie e Sapori ma non chiudo il post, perché voglio scrivere un paio di righe sulla presentazione del libro “Solo i viaggiatori finiscono” che si è tenuta a Faenza qualche settimana fa. I quattro autori (Gian-Andrea Rolla, Flavio Pagani, Lucilla Galanti, Valeria Zangrandi) e chi ne ha coordinato il lavoro sono riusciti a raccontare una storia nella quale spiccano le loro individualità, ma che allo stesso tempo riesce a mantenere una fluidità e una coerenza notevoli.

La presentazione è stata molto divertente, ed è stato un grande piacere poter trascorrere la giornata con tutti i presenti. Non li cito tutti perché ne dimenticherei qualcuno, mi limito a un ringraziamento particolare a Lucilla Galanti e alla sua famiglia per l’ospitalità e l’accoglienza.

Adesso direi che ho proprio finito, saluto i lettori del blog e vado a mangiare un muffin dei miei.

Sergio Oricci

Cerco

 

Alla fine dovrei scrivere una breve presentazione per la mia casa editrice (già la sento mia) e allora ci provo, ma con un po’ d’imbarazzo: finché si tratta d’inventare storie è un conto, se devo raccontarti chi sono la cosa s’ingarbuglia. Mi vengono a mente, a proposito, certi versi dell’Antologia di Spoon River:

La vita non gli fu generosa

e gli elementi così frammisti in lui

che egli mosse guerra alla vita

e ne rimase ucciso.

Andiamo un po’ nel drammatico, capisco. Ma alcuni elementi mi parlano in modo più sincero e allora – in attesa di un epilogo che mi auspico migliore dell’esordio – è a questi che mi avvicino, e cerco di metterli in fila, spulciando fra gli aggettivi e gli attributi, insomma fra le parole, che come si sa sminuiscono. Eccoli qua: ballerino, bboy, lettore, scrittore, viaggiatore, giornalista, insegnante – bellini, messi in fila, stirati e ripiegati. Rassicuranti, perché purgati dalle contraddizioni e dalle sfumature che li tengono assieme e che ne fanno una personalità: la mia.

Sento che vanno bene ma che manca qualcosa.

Eccone un’altra: osservatore.

Mi piace osservare quello che accade: intorno a me e dentro me. I quadri e i graffiti, le foto e i paesaggi. Le immagini che emergono dal mio cervello. Ma ancora non basta. Sento di aver detto troppo e di aver detto niente, e già vedo e sento che tutto mi si disfa fra le mani e so che chi leggerà (ogni parola è un epitaffio) crederà di aver capito e invece no, e allora cerco ancora, con urgenza, qualcosa di più sincero per concludere in fretta lo sproloquio – ed ecco – ecco: cerco.

L’ho trovata.

Non è originale, per niente. Ma almeno è onesta.

Va bene per me e forse per tutti. Per me va bene, perché cerco sempre: fra i risvolti di un libro e nelle note di una canzone; nelle passioni in comune, nei pensieri di un altro e nei miei cerco la bussola – o la mappa – che indica il nord (la migliore è quella che segna quanta acqua c’è sulla tua strada). La cerco nei passi che scelgo e che poi pratico con delizia quando scopro che vanno bene per me, che sono proprio giusti, come un vestito su misura. E forse questa è la parola che vale per le altre, che le riveste, che le contiene e le tiene insieme e dà loro significato mentre tutto cambia.

F.B.

importante pareggiare

12 novembre 2011, presentazione del libro “Ipotesi di Viaggio” a Castel San Pietro Terme presso il Centro Studi Villa Guadagnini.

La giornata campale si apre con uno SMS a Aldo Moscatelli: “Prima fase ok, non ho perso il treno”. E sì che ero arrivata alla stazione di Pescara con quasi un’ora e mezza di anticipo, per motivi familiari. Perdere il treno sarebbe stato proprio il colmo: ho approfittato per fare un bel giro nella libreria, ho acquistato un libro di Coe – La pioggia prima che cada –, ho cominciato a leggerlo e voi sapete bene come ci si può perdere tra le pagine di un libro. Sto esagerando con i dettagli? Va bene, stringo e vi risparmio la recensione del volume. Sul treno ho conosciuto Aldo e Francesca. Una parola per lei: delicata su sfondo tosto. Segue a ruota Nadia che ci ha prelevato alla stazione di Imola. Pochi minuti passati insieme, abbastanza per decidere che mi piacerebbe chiederle qualche lezione privata su diversi temi in cui sono carente. Il suo gatto è scappato appena siamo entrati e lei ha giustificato il gesto apparentemente scortese, ma io credo temesse, il gatto, per la propria incolumità. Voglio rassicurare tutta la comunità felina: vi adoro. Che c’entra, dirà qualcuno. Molto male, vuol dire che non ha letto il libro.

Dalla macchina che ci porta a Villa Guadagnini, osservo la piatta distesa che un po’ mi opprime, basta un filare di alberi per bloccare lo sguardo. La cosa comporta un immediato vantaggio: concentrarsi su ciò che hai davanti e se vuoi andare oltre, lo devi fare fisicamente, concretamente. Per me, che ho sempre la testa altrove, una prospettiva allettante quella di essere costretti a cambiare modalità senza tante storie. Scusate l’intermezzo di filosofia spicciola. Intanto Francesca si lamenta debolmente che finisce sempre in mezzo, mentre preferirebbe stare al finestrino. Le propongo lo scambio in corsa ma lei è troppo raffinata per prestarsi al necessario contorcimento. Arriviamo al Centro Studi: un’antica dimora rurale a pianta rettangolare con un ampio atrio e un gioco di stanze che si rincorrono intorno ad esso. Farebbe la felicità di ogni bambino la possibilità di entrare e uscire dalle stanze, correre in un luogo chiuso con la sensazione di spazio illimitato che ti offre la circolarità, un giro di giostra al contrario, tutto è fermo e tu ti muovi. Mia figlia se vuole giocare in casa, nelle case moderne prive di spazi vitali, sembra più uno di quei poveri animali chiusi in gabbia che non possono fare altro che andare, nervosamente, avanti e indietro. Naturalmente, mobili d’epoca, foto antiche, affreschi, alberi genealogici. Il padrone di casa ci accoglie con un giro turistico della casa, che non ho potuto completare col piano superiore perché nel frattempo conosco Paolo, moderatore dell’incontro. La sala si riempie pigramente, con lentezza caratteristica. Ho scritto il mio intervento, in almeno quattro versioni: come è possibile che si possa perdere la razionalità in questo modo?

Cominciamo un po’ in ritardo, ma la sala si è riempita. In primo piano qualche volto familiare (mia sorella con i sali pronti, nascosti forse in una manica, mio fratello con il cellulare – chiamerà la neuro? ho scoperto dopo che mi stava registrando – e altri che non cito ma che ringrazio per la loro affettuosa presenza) e alcune signore sorridenti che, con la loro simpatia, mi hanno evitato il tracollo emotivo. Più lontano una serie di teste tra le quali distinguo i tratti di Flavio che ho conosciuto poco prima. Una parola anche per lui: genuinamente entusiasta. Prende la parola la signora Laura del Centro Studi, con un piglio da donna di spettacolo e il primo sentimento, in attesa di parlare, è invidia, invidia. Saltiamo altri particolari e passiamo al mio intervento. Vi dico solo che quando ho finito di parlare, Aldo ha preso il microfono e ha detto: “Devo confutare la mia autrice”. Passo indietro. Voi come parlereste del film “Sesto senso”? Se solo vi spingete oltre il secondo fotogramma, rovinate tutto. Forte di questo paragone (che dite un po’ ambizioso? ma è solo per rendere l’idea) e anche per obiettare a una presunta difficoltà nella lettura, ho illustrato retroscena e motivazioni personali che hanno dato origine al romanzo, dando fondo a risvolti psicologi, filosofici, con pericolose incursioni nell’infido campo della teologia. Complici sempre le signore sorridenti in primo piano, che non hanno mai mostrato segni di cedimento e che saluto calorosamente se mai leggessero questo post. Naturalmente Aldo ha ascoltato, pazientemente: non vedevo la sua faccia mentre parlavo ma immagino il sorriso sornione, da stregatto, che gli riconosco abituale anche se abbiamo passato insieme poco tempo. “Devo confutare la mia autrice. Il libro è molto concreto a dispetto di tutto ciò che ha detto”. Più o meno mi sembra di ricordare, comunque il senso era quello. Non ho potuto fare altro che dargli piena ragione, mentre mi rendevo conto che del libro, in effetti, non avevo parlato pur parlandone. Ottima strategia di marketing, non c’è che dire. Meno male che poi ci ha pensato lui. Ci sono stati poi alcuni scambi di battute, non di battute nel senso botta e risposta, proprio battute per ridere e la serata è finita intorno a un buffet. Non sta a me dire se l’incontro sia riuscito, se le persone presenti lo abbiano trovato interessante, se sia stato almeno l’occasione per una serata diversa non troppo noiosa. Aspetto resoconti da altri punti di vista.

Personalmente ho perso, per l’agitazione, dieci anni di vita nei giorni precedenti e ho recuperato dieci anni di vita quando mi sono resa conto di essere sopravvissuta. L’importante, in questo caso, è pareggiare.

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