“In un istante di perfezione che dura una vita.”
(Lucilla Galanti – Altrove da me)

È tempo di neve. Scendo dall’aereo e subito la sento: c’era, c’è stata, forse cadrà di nuovo.
Sembra impossibile che le cose possano andare male (a male?) in un posto dove c’è un’aria così pulita, così fresca, e un cielo così ampio.
Vado scoprendo come mi è cambiato l’occhio in cinque mesi e scopro che il paesaggio mi è nuovo – perché io sono diverso – ma immutato nella sostanza. La stessa dolcezza delle colline, la stessa semplicità della gente, delle case, e tutto ciò che intesse riveste e colma i luoghi dove sono nato e cresciuto.
Sostanza. È una parola importante.
Ci sono immerso anch’io, in questa sostanza, ne faccio parte. La terra sarà sempre casa mia, non c’è nulla da fare.
Ricompongo le coordinate, poco a poco mi ambiento. Riscopro una dimensione dell’esistenza che non sperimentavo da tanto. Incontro la mia gente, faccio quelle cose che si fanno quando si torna, finché un mattino – sono le quattro e cinquanta – non mi ritrovo sul divano, a guardare oltre la vetrata.
Nevica.
C’è un silenzio che non ricordavo. L’odore del camino, la consistenza del cuscino… la neve.
La neve si rimescola nella luce del lampione, disegna gorghi nel vento, si rivolge in se stessa. Fra le mani ho un libro voluminoso – Racconti fantastici del Novecento – e a questo punto l’ho aperto ma so che non lo leggerò. Guardo la neve, e penso a molte cose. O meglio le sento. (Io ritengo che le parole, come i racconti, nascano più dal sentire che dal pensare: ci sforziamo di concettualizzare ma questo viene dopo: più che altro è una faccenda di stomaco.)
Così io ora sento la neve, la neve che cade in silenzio, veloce, turbolenta, delicata. Penso che cade su un paese a pezzi, sfiancato. E penso che c’è un camion, da qualche parte, che trasporta – o sta per trasportare – i miei, di racconti.
Penso che molti di essi, forse tutti, sono nati dalla neve (c’è n’è di neve, in quel mio librino) e che per raggiungermi dovranno attraversarne altra, di neve. È un libro invernale, senza dubbio. Verrà battezzato a primavera, ma anche a primavera nevica. A volte piove, che può essere anche peggio.
Come mi sento all’idea che sia già stampato, che esista, che verrà letto? Non so. Adesso mi pare fosse inevitabile. È la neve a suggerirmelo, perché questa è l’atmosfera da cui sono partito e questo è il luogo in cui vorrei portare un eventuale lettore.
I paesaggi sono stati mentali.
Questo è quasi perfetto, perché è uno di quei momenti in cui ti dimentichi l’orologio. Mentre tutti dormono, sapendo che in giro le cose continuano ad andare a male, osservi la neve cadere e convieni che è bella. Ci saranno dei morti ma questo non cambia l’evidenza. Non cambia la sostanza. C’è della bellezza anche nel lento appassire delle cose. C’è una bellezza nella nostalgia, e a volte addirittura nella tragedia. C’è della bellezza nel disfacimento delle cose. Io ci sono passato attraverso, come altri, e ho preso nota, scoprendo che certi sentieri spinosi conducono a una forma di felicità. Qualcuno ha detto che le parole sono impronte. Non ricordo chi. Ricordo però come si apre un sentiero nella neve vergine:
Un uomo marcia in testa, sudando e bestemmiando, muovendo a stento i piedi, continuando a sprofondare nella neve molle, alta. Va vanti, sempre più lontano, lasciando sul suo cammino buche nere e irregolari[...]. Una fila di cinque o sei uomini, spalla a spalla, marcia lungo la sottile e incerta pista appena tracciata. Posano i piedi accanto al solco, non dentro […] tra quelli che seguono le sue tracce, tutti, anche il più piccolo o il più debole, devono camminare su un angoletto di neve vergine e non sulle orme altrui. Quanto ai trattori e ai cavalli, su quelli non vanno gli scrittori, ma i lettori.*
Pensavo fosse un sentiero modesto, il mio. Aldo dice che è un capolavoro. In ogni caso, spero passi qualcuno di là.
E che apprezzi il paesaggio.
F.B.
La Rotta, martedì 14 febbraio 2012
Londra, venerdì 21 febbraio 2012
* Varlam Salamov, I racconti della Kolyma